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Maggio 2024 - n.1

Le due rose. Editore è la casa editrice di saggistica fondata nel 2016 a Milano da Pasquale Alferj, Paolo Bassi e Antonio Pilati.

 

La prima collana edita dalla casa editrice è PIETRE MILIARI e ospita testi – alcuni dimenticati o poco battuti dal mercato editoriale mainstream italiano, altri del tutto inediti nel nostro Paese – che, per novità di visione o potenza d’analisi, segnano momenti di rilievo nella riflessione storica, politica ed economica. I saggi si concentrano sull’arco temporale che segue la Rivoluzione industriale e arriva fino alle due guerre mondiali, approfondendo l'esplosivo e inaudito sviluppo istituzionale e politico dell'Occidente, la dinamica dei rapporti fra gli Stati, la disgregazione degli ultimi imperi, i primi e difficoltosi tentativi di creare organismi con potere sovranazionale, come la Società delle Nazioni o il primo nucleo dell’Europa unita. Tutto ciò prima della dissoluzione dell'ordine politico che si era mantenuto per quarant'anni dopo la Seconda guerra mondiale con il bipolarismo USA-URSS e dopo il 1989, con il predominio solitario degli Stati Uniti.

Partendo dall’età di Carlo V, Ludwig Dehio in Equilibrio o Egemonia rilegge la storia europea fino 1945 alla luce di un concetto, quello di ‘equilibrio di potenza’, oggi più che mai attuale. A questo volume si affianca lo studio più puntuale della costruzione dell’ordine europeo di Klemens von Metternich curata da Henry Kissinger nella sua tesi di dottorato, L’Europa disegnata dalla diplomazia. Il crollo di quest’ordine con la Prima guerra mondiale e la fine dell’Impero asburgico sono trattati in Requiem per un impero defunto. La distruzione dell’Austria Ungheria di François Fejtő. Dell’opera è stato riportato alla luce il titolo originale, che sottolinea come l’esperienza dell’impero sia terminata con un’operazione di ‘cancellazione’ e non di dissoluzione.

Sul tentativo di ricostruire un nuovo equilibrio mondiale attraverso un soggetto ‘arbitro’ chiamato a gestire le controversie internazionali la collana ospita l’analisi corrosiva di Carl Schmitt ne La Società delle Nazioni, mentre la creazione, dopo la Seconda guerra mondiale, di un organismo sovranazionale come la Comunità economica europea basata su trattati e non sulla Costituzione (quindi un’entità più giuridica che politica) è al centro di Il principio di sovranazionalità di Francis Rosenstiel.

L’irruzione della geografia nella politica di potenza, che vede in concorrenza Stati Uniti, Europa e Asia, è invece alla base di due classici della geopolitica, molto citati ma mai tradotti in lingua italiana: Il perno geografico della storia, ovvero il pivot d’Asia di Halford J. Mackinder e Geografia delle potenze mondiali di Nicholas J. Spykman. Se per Mackinder chi controlla l’Europa comanda di fatto tutto il mondo, per Spykman è il controllo della mezzaluna costiera, il rimland (che oggi comprende non solo il Mar Cinese meridionale e l’Oceano indiano, ma anche l’Atlantico e il Mediterraneo), a rendere possibile l’egemonia sul mondo. Il volume di Martin Wight, Politica di potenza e sistema di Stati, arricchisce la collana, spogliando il concetto di ‘politica di potenza’ da ogni retorica nazionalista legandolo al diritto e alla giustizia e mette in relazione il ‘sistema di Stati’ con diversi saperi (storia, economia, filosofia e scienze sociali e politiche).

All’interno di PIETRE MILIARI La burocrazia celeste di Étienne Balazs porta la riflessione in un posto altro, la Cina, caratterizzata dalla perennità, dall’antichità a oggi, di un sistema di governo dominato da una casta burocratica potente, pervasiva e autoritaria, mentre Economia e natura nel XIV secolo di Joel Kaye conduce in un tempo altro, ma sempre gravido di cambiamento, il Quattrocento, che segna la nascita del mondo moderno, a partire dalla nascita del pensiero scientifico e dalla rivoluzione commerciale. Più rivolti al mondo strettamente contemporaneo sono infine La crisi della democrazia, il documento più noto dei lavori della Commissione Trilaterale pubblicato nel 1975, in cui Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki indagano su come negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone l’esigenza di governabilità ponga dei limiti alla democrazia.

 

Guardare in faccia la recessione democratica

 

La democrazia è in crisi. Non è solo un adagio che riempie le pagine dei giornali e la bocca degli analisti negli ultimi anni, ma un fenomeno ormai indagato da oltre un decennio e che ha avuto origine negli anni Duemila, dopo l’attentato alle Torri Gemelle e l’ascesa del terrorismo islamico. Larry Diamond, professore di Scienza politica presso l’Università di Stanford (https://www.journalofdemocracy.org/articles/facing-up-to-the-democratic-recession/), considera il 2006 una data chiave in questo processo di recessione democratica. A partire dal 1974, anno della Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, una terza ondata di democratizzazione globale aveva investito il mondo e negli anni Ottanta molti Paesi erano diventati delle democrazie rappresentative, ovvero sistemi in cui i cittadini attraverso il suffragio universale potevano scegliere chi governa per mezzo di elezioni libere e regolari, con un’ulteriore accelerazione dopo la caduta del Muro. Poi l’arresto: intorno al 2006 Diamond scorge non solo uno stop all’espansione democratica, ma addirittura una flessione del numero di democrazie presenti nello scacchiere internazionale.

La crisi della democrazia si configura in forme articolate. In alcuni Stati come vero e proprio collasso del sistema: dal 2000 al 2015 la democrazia è caduta in oltre 25 Paesi, in seguito non solo a colpi di Stato, militari e non, ma anche a una progressiva erosione dei diritti politici e delle libertà civili. Nei cosiddetti “Stati ibridi”, i Paesi emergenti che non soddisfano a pieno tutti i requisiti propri di un regime democratico, la crisi ha preso la strada dell’instabilità e dello svuotamento dall’interno delle istituzioni (violazioni dei diritti umani, erosione del pluralismo politico, scarsa inclusività del suffragio e divieto di accesso ai mezzi di comunicazione da parte dei pochi partiti di opposizione), come nei Paesi europei dell’ex blocco sovietico o in America Latina, dove sono sorti nuovi regimi neo-patrimoniali. A preoccupare forse ancora di più sono poi l’ascesa di regimi autoritari anche in Paesi strategici sul piano geopolitico, la Russia di Vladimir Putin e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan accanto al colosso cinese, ma anche la fase di stagnazione che stanno vivendo le democrazie mature, tra nuovi populismi, urne vuote e continui stati di emergenza. In Occidente le istituzioni sembrano aver perso la spinta propulsiva e la fiducia nei propri meccanismi interni, oltre alla capacità di ispirare i Paesi che stanno ancora affrontando la difficile fase di passaggio a un regime basato su principi liberali. Se è vero che sono finiti i tempi in cui si pensava possibile ipotizzare un percorso teleologico verso quello che in passato avremmo definito un ‘illuminismo’ su scala globale, resta forte – tra molte delle popolazioni che ne sono escluse – la domanda di diritti, libere elezioni e media non soggetti al potere politico.

 

Larry Diamond circoscrive il campo della sua analisi, seguendo la cronologia di Samuel P. Huntington (The Third Wave, 1991; edizione italiana, il Mulino https://www.mulino.it/isbn/9788815065506) che parte dal 1974. Trascura di rilevare che appena un anno dopo il politologo statunitense firmerà, assieme a Michel Crozier e Joji Watanuki, il rapporto della Commissione Trilaterale dal titolo programmatico La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie (da noi pubblicato, https://www.amazon.it/CRISI-DELLA-DEMOCRAZIA-COMMISSIONE-GOVERNABILIT%C3%80/dp/8899907137), dove le ragioni della crisi vengono attribuite soprattutto all’eccesso di richieste dal basso, alle lotte sociali che sfuggono al controllo di sindacati e partiti operai, al peso economico del welfare state. Elementi che creano ‘disordini’ nella produzione e distribuzione della ricchezza e quindi, fatta la diagnosi, la cura è che è un imperativo ristabilire l’ordine, anche ponendo dei ‘limiti’ alla democrazia. Lo stesso anno, 1974, solo nell’area linguistica anglo-americana, appaiono titoli come The Cultural Contradiction of Capitalism (D. Bell; https://www.jstor.org/stable/3331409); The Collapse of Democracy (R. Moss; https://www.amazon.com/Collapse-Democracy-Robert-Moss/dp/0851170889), The Failure of the State (a cura di J. Cornford; https://www.amazon.co.uk/failure-state-distribution-political-economic/dp/0874716071).

Il capitalismo sta manifestamente cambiando ‘forma’. È la sua stessa natura che lo porta a svilupparsi nutrendosi di crisi e conflitti. Pochi anni prima, presi a dare l’ultimo ‘assalto al cielo’ (1969) e confortati dall’ampiezza globale dell’evento, avevamo guardato con stupore lo sbarco dell’uomo sulla Luna e non ci eravamo accorti che tra Washington e Los Angeles quattro computer avevano iniziato a dialogare tra loro. Entrava in crisi lo spazio e con esso anche lo Stato e la Modernità tutta. Era l’inizio di una nuova epoca. Eravamo ancora lontani da Internet, ma la globalizzazione – l’unificazione tecnica del mondo – non era lontana dal poter essere pensata, con tutti i suoi possibili esiti.

La reazione è lenta ma inesorabile. A cancellare i ‘Trenta gloriosi’ (1945-1975) ci penseranno Margaret Thatcher e Ronald Reagan, a sviluppare Internet il capitalismo finanziario. La nuova era, incarnata dalla rivoluzione digitale, ha sradicato schemi mentali, abitudini, ideologie e dissolto ogni forma di ‘spazio pubblico’, dove opinioni private e opinioni pubbliche (partiti, associazioni, pubblicistica critica) interagivano assieme (https://lmsi.net/L-opinion-publique-n-existe-pas; https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/jurgen-habermas/nuovo-mutamento-della-sfera-pubblica-e-politica-deliberativa-9788832855821-4058.html). Ogni attività diventa soggetto della ‘capitalizzazione’, ogni aspetto della nostra vita quotidiana e del nostro agire viene messo a valore. Il problema della ‘governabilità’ non sparisce e nemmeno l’idea di porre dei ‘limiti’ alla democrazia. In seguito alla crisi finanziaria del 2008 è J.P. Morgan a far circolare un rapporto in cui riecheggiano le raccomandazioni suggerite un trentennio prima dalla Commissione Trilaterale (rafforzamento del potere esecutivo, revisioni delle costituzioni troppo ‘influenzate dal socialismo’, riduzione dei diritti dei lavoratori - https://culturaliberta.wordpress.com/wp-content/uploads/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf).

Parliamo di ‘democrazia’ in generale, ma poi siamo costretti ad ‘aggettivarla’. Ormai il vocabolario, non solo dei giornalisti ma anche degli studiosi elenca: democrazia elettorale, democrazia illiberale, democrazia autoritaria, democrazia di massa, democrazia a bassa intensità, democrazia ibrida, democrazia imperfetta, democrazia ristretta. A cosa attribuire questa inflazione terminologica? Lo scienziato politico che volesse provare a rispondere a questa domanda dovrebbe rivolgersi a un filosofo politico che abbia affrontato il concetto di ‘totalitarismo’ come qualcosa di incommensurabile e non riducibile ad altre forme di dominio come il dispotismo o la tirannide. Un filosofo politico che abbia riflettuto sulla fragilità della democrazia e per il quale la questione totalitaria (la distruzione del legame sociale, presente nel nazismo, nello stalinismo e le sue varianti orientali), non è mai dietro di noi e che non si senta imbarazzato dal riconoscere l’intimo legame tra la coppia antagonista democrazia-totalitarismo (https://www.amazon.fr/Linvention-d%C3%A9mocratique-limites-domination-totalitaire/dp/2213593728).

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