• Antonio Pilati

Negli ultimi trent'anni la rivoluzione digitale, con la diffusione capillare del web e dei vari strumenti che hanno rimodellato la nostra vita quotidiana ha imposto, grazie anche all'enorme sviluppo della ricerca scientifica, il tema dell'economia della conoscenza: il fattore essenziale per il funzionamento della produzione, ancor prima degli investimenti e del conseguente sviluppo della tecnologia, è l'algoritmo, il sistema di concetti che definisce, dà capacità e in prospettiva reddito all'azione economica.

Convinzione diffusa è che l'economia della conoscenza sia una svolta recente, un cambiamento di fine millennio, frutto dell'incipiente innovazione protagonista di quegli anni.

In realtà l'economia è da sempre economia della conoscenza: alla base della produzione c'è ogni volta, in forma embrionale, accennato o più sviluppato, l'equivalente di un algoritmo, un'idea del mondo cui l'impulso della produzione dà corpo.

Gli artifici che popolano la nostra esistenza, in quanto prodotti di un'incessante attività produttiva che si snoda da secoli e che nell'ultimo quarto di millennio ne ha incredibilmente accresciuto il numero, sono la messa in forma visibile e pratica della conoscenza operativa che - attraverso le diverse fasi (ciascuna una tappa di perfezionamento) dell'esperienza, dell'attitudine tecnologica, della scienza - esprime una crescente capacità di dominare strati e componenti della natura.

La civiltà degli artifici descrive i vari passaggi attraverso cui costrutti mentali di crescente complicazione formano schemi e processi di produzione sempre più estesi e potenti: è importante notare che l'opera dei costrutti mentali spazia su una larga varietà di campi, dalla ricognizione fisica alla edificazione giuridica, che regola e garantisce l'azione degli investitori, fino all'organizzazione del lavoro che - memore dell'ordinamento militare - razionalizza e perfeziona l'attività trasformativa.


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