• Nicholas J. Spykman

Non credo che il mondo possa essere diviso tra buoni e cattivi. Al momento attuale, la situazione mostra chiaramente che la sicurezza e l'indipendenza degli Stati Uniti possono essere salvaguardate soltanto per mezzo di una politica estera che impedisca alla massa terrestre eurasiatica di ospitare una potenza decisamente preponderante in Europa e in Estremo Oriente.


Alla formula choc di Hilford J. Mackinder chi controlla l'Eurasia comanda l'hertland, chi controlla l'heartland comanda il mondo, la risposta di Nicholas J. Spykman è più sottile e inclusiva: chi controlla il rimland, cioè la frangia costiera che circonda l'Eurasia, comanda l'heartland e quindi il mondo. Un completo rovesciamento di prospettiva a indicare che per la sicurezza americana nessun'altra potenza deve controllare l'intera Eurasia e l'intera Asia orientale. A differenza di Mackinder, Spykman pone l'accento sulla capacità di potenza dei 'margini' (i rimlands), e sulla necessità degli Stati Uniti di impedirne l'unificazione, pena il suo 'accerchiamento'. Geografia delle potenze mondiali contiene due saggi di Nicholas J. Spykman. Il primo è la traduzione del capitolo iniziale di America's Strategy in World Politics, la sua opera più importante, che verrà accolta in modo contrastante e innescò un'ampia discussione. Molti suoi lettori (studiosi e decisori politici) erano turbati dal crudo realismo – si era al terzo anno di guerra – con cui Spykman affrontava le relazioni internazionali ('la ricerca del potere non tende al perseguimento dei valori morali') e delle sue proposte, nel pieno della guerra, sull'assetto geopolitico dell'Europa e dell'Asia dopo il conflitto.

A completare il volume ci sono tre scritti critici – del curatore Marco Gervasoni, di Corrado Stefanachi e Olivier Zajec – che contestualizzano il lavoro del nostro autore. Spykman ha sempre sostenuto di essere uno scienziato sociale 'prestato' alle relazioni internazionali. Il suo terreno è l'equilibrio di potenza, cioè quell'equilibrio che 'neutralizza la forza dei propri avversari'. Il suo disincantato realismo non è determinista: non esclude l'uso della forza, ma neppure la dialettica della dissuasione. Compito del politico 'realista' è tenerli uniti.


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