• John Mackinder

«C’è chi è nato postumo», scrisse Nietzsche nella sua ultima opera, pensando a chi (come sé stesso) giungeva troppo in anticipo sui tempi e avrebbe ottenuto il giusto riconoscimento solo dopo la propria morte. Halford J. Mackinder non dovette aspettare tanto, ma gran parte della fama l’acquisì in anziana età e grazie alle attenzioni che aveva ottenuto all’estero dai nemici del suo Paese. Nemo propheta in patria. Non che la sua vita fosse stata priva di soddisfazioni: le cattedre universitarie, il seggio parlamentare, qualche incarico istituzionale, il riconoscimento per la conquista del Monte Kenya. Fu però durante la Seconda guerra mondiale, quando la pubblicistica americana creò un nuovo genere di ‘Geopolitik-exploitation’ arrivando a descrivere Karl Ernst Haushofer come mente del nazismo, che montò l’interesse per il geografo britannico che l’aveva ispirato. L’anziano Mackinder non gradì troppo queste attenzioni, o almeno non il collegamento con Haushofer e la geopolitica, che cercò di rinnegare in ogni modo possibile.

A dispetto di ciò, lo studioso britannico fu consegnato alla storia proprio come il padre della geopolitica.

A livello accademico, Mackinder non ha lasciato molto dietro di sé: non solo la generazione dei geopolitici (che, in massima par-te, non riconosceva come propria), ma per estensione pure quella dei geografi-politici, fu estinta dallo shock culturale causato dalla Seconda Guerra Mondiale. Non sono mancati studi su Mackinder, alcuni anche ispirati a simpatia per la sua figura (molti di più quelli improntati a feroce critica), ma sempre come soggetto del passato, di mero interesse storiografico.

Gli accademici che hanno cercato di recuperare le speculazioni di Mackinder come base di una ricostruzione scientifica della geopolitica sono pochi e marginali nelle università.

È vero che opere di maggior fortuna, come quelle di Brzezinski e Kaplan, sono sembrate riecheggiare teorie mackinderiane, ma i loro interlocutori erano – più che una comunità accademica sorda a certe tematiche – i decisori politici, gli analisti e i militari. Essi esprimono una parziale rivalutazione dell’opera di Mackinder, compiuta dagli attori della politica anziché dai suoi studiosi. Laddove la critica accademica costruttivista si è interessata a lui solo come autore di una presunta ‘narrativa performativa’ (ossia un di-scorso falso nei presupposti ma abbastanza persuasivo da spingere la realtà a aderire alla descrizione che ne fa), fuori dal mondo universitario molti si sono convinti che le visioni di Mackinder fossero lucide e capaci di predire il futuro.

Era del resto facile mostrare una similitudine tra il quadro strategico delineato da Mackinder in The geographical pivot of history, con la centralità della Russia, e quello effettivamente verificatosi durante la Guerra Fredda. In realtà, va detto, già nel 1904 e pure quando fu chiamato ad aggiornare la sua teoria nel 1943 con The round world and the winning of the peace, il geografo britannico vedeva nella Germania la minaccia principale. La sua capacità predittiva è ravvisabile forse a più breve raggio: nel 1904 denunciava come fondamentale la minaccia di un’invasione tedesca dell’Impero zarista, ossia lo scenario che dieci anni dopo, e poi ancora tra-scorsi ulteriori venticinque, avrebbe dominato due guerre mondiali. Possiamo anche notare che i suoi inviti, ai primi del XX secolo, a una svolta protezionista declinata però in grandi aree commerciali (l’Impero britannico nella fattispecie) anticipavano d’alcuni decenni la stagione in cui il libero scambio internazionale sarebbe andato in crisi, sostituito appunto da spazi dominati ciascuno da singole potenze (Francia e Gran Bretagna nei rispettivi imperi, la Germania in Mitteleuropa con l’affermarsi del marco quale moneta di scambio regionale, USA nell’emisfero occidentale)...


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